Dreaming (la vida) l’oca

Ci sono quelli “dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”, in tutte le sue varie declinazioni, tipo “dimmi che film guardi…”, “dimmi che musica ascolti…” etc. e già ti inquadrano, già sanno chi sei.
Ammetto. A volte l’ho fatto anch’io.
dimmi che birra bevi…” … e … non ho amici che bevono NastroAzzurro.  Ma non lo ritengo troppo attendibile come metodo.

Poi ci sono quelli a cui basta semplicemente sapere se sei A o B per avere la tua scheda dettagliata in testa.
Tipo “Boxer o Slip”, “Star Wars o Star Trek”, “Moana o Cicciolina
…ecco, su questo non concordo proprio per niente.
Come si fa a capire chi sei in questo modo? Io indosso sia Slip che Boxer, quasi mai contemporaneamente, non sono fan ne di Star Wars ne di Star Trek e sono fermamente convinto che uno dei più avvincenti film della storia del cinema sia “Moana e Cicciolina ai mondiali” ( > ) . Epico.

Poi ci sono quelli che capiscono chi sei dai sogni che fai. Psicologi da sabato pomeriggio al bar mentre scegli i numeri al superenalotto.

Ecco. I sogni.

Io, quando sono fortunato, non ricordo i sogni. Quando sono furbo, li tengo per me. Quando sono estremamente intelligente, non lo racconto alla ragazza che dorme con me.
Nella vita di tutti i giorni, spesso, non sono fortunato, e mi capita di ricordare i sogni. Poche volte sono cosi furbo da tenerli per me e …beh …non mi ritengo una persona estremamente intelligente.

Diciamo cosi.

La ragazza la conosco/mi conosce da qualche anno, dunque ho già perso alcune (molte) delle possibilità di apparire completamente normale. L’amicizia è finita/cambiata da qualche mese, per dovere di cronaca.

In quel periodo facevo sogni stranissimi. Davvero. In quei pochi momenti in cui riuscivo a dormire.
Quella sera avevamo deciso di uscire per un drink. Erano tipo le 3-4 di notte, eravamo rimasti a bere al bancone del bar, che era ancora molto affollato.

il bar

il bar

Così, quando ordiniamo il quarto giro di vodka consecutivo pronuncio la fatidica frase … “sai, l’altra notte ho fatto un sogno veramente assurdo”…
I pochi passi che dividono la fine della frase e l’inizio del racconto sono facilmente immaginabili da chiunque.

E nella bolgia del bar, inizio a raccontare.

Mi trovavo in una grande città X. Era davvero grandissima, piena di gente, di traffico, di vita. Ma non sapevo, non capivo dove. Poteva essere New York, Sidney. Qualcosa del genere. Non capivo se vivevo in quella città o se ci ero solo andato in quel momento.
Ero stato in giro, ero venuto a conoscenza di una persona particolare e avevo deciso di girare un documentario su questa persona.
Non era famoso, ma era molto conosciuto nella grande città. La sua particolarità era, e tutte/i garantivano, l’essere in grado di “rimorchiare” qualsiasi tipo di ragazza solo parlandoci e di essere, in qualche modo, formidabile a letto.
Avevo raccolto pareri, storie etc in città. Tutte/i concordavano. Dicevano che sembrava “sovrannaturale”. Nessuno capiva come potessere essere cosi chirurgico e impeccabile. Nessuno. E, per quanto detto in giro, sembrava tutto normale per lui.

Metto su una piccola troupe, 1 o 2 persone, pochi materiali, e iniziamo a cercarlo.
Lo trovo, gli parlo, e alla fine lo convinco.
Classico scenario. Io e la mia troupe, stiamo sempre con lui, quasi 24/7 e, senza interferire con la sua vita, lo riprendiamo.
E questo è quanto succede da li in poi. Il tutto intervallato da parti di interviste fatte faccia a faccia, in stanza private, al bar davanti ad un caffe oppure per strada.

Va avanti così per un po di giorni. Vari appuntamenti, varie ragazze, lui che ci parlava per pochissimo, una frase o due, e loro che lo baciavano appasionatamente. Sempre. Frasi più o meno comuni, sguardi intensi e perforanti. Roba del genere.

Il sogno saltava dentro/fuori la videocamera e il documentario. Come vedere il backstage del documentario e il documentario stesso.
Riprese e commenti tecnici tra me e la troupe. Come mettere la videocamera, quale angolo di ripresa, focali, luce, quali domande preparare, etc.
Le scene di sesso venivano “mostrate” in modo mai esplicito. Riprese altamente sfuocate oppure telecamere nascoste che puntavano a quadri appesi al muro o altro. Si sentiva solo i rumori, le voci, i gemiti.

Nonostante le lunghe e ripetute interviste faccia a faccia, non ricordo il viso o il nome del protagonista. Zero.
Durante tutte le conversazioni con questa persona, durante tutte le serie di domande, si notava un velo di incompletezza, di mistero volontario, come premeditato, deciso a non “slegarsi” troppo con me.
E sentivo il tutto normale in alcuni frangenti, perchè non ci conoscevamo da prima delle riprese. Tutta la sua storia antecedente al nostro incontro, anche delle domande alle persone fatte in giro, era completamente sconosciuta. Come se fosse sbucato in città dal nulla, all’improvviso.

Va tutto avanti cosi. Fino ad un evento, che non ricordo, che lo porta ad aprirsi di più con me, quasi totalmente.
Dunque decidiamo di andare insieme nel posto dove è nato e cresciuto. Dove non ritorna da quando ha deciso di lasciarlo.
Non ricordo la lunghezza del viaggio, ma arriviamo a questa grande fattoria nel mezzo del nulla. Come dei film americani. Una casa, grandissima, un fienile, recinti per animali. Tanti animali.

fattoria

Tutto intorno solo campi e boschi. Niente altro. Noi due e una persona della troupe.
Iniziamo una serie di interviste in vari punti della fattoria. Si apre molto di piu. Racconta molto di se stesso.
Sembra cresciuto in solitudine nella fattoria. Solo lui, i genitori e gli animali.
E infatti sembra avere un “feeling” speciale con gli animali. Sembra poterci parlare. Appare in grado di capire e farsi capire.

Tutto prosegue come prima. Come il backstage di un documentario. Commenti tecnici sulle riprese. Molti. Discussioni con il cameramen. Serie di domande faccia a faccia. E sbucano anche filmati in bianco e nero, della sua infanzia/adolescenza, forse ritrovati in qualche scatola in casa. Non ricordo.

Si susseguono immagini di interviste con il protagonista in mezzo agli animali, e in altre angoli nella fattoria.
Le vedo come se guardassi una televisione. Testa del ragazzo in un lato dell’inquadratura, in modo da dare spazio alla sfondo. Ne avevo parlato con il cameramen di questi aspetti tecnici.
Ogni volta, in questo tipo di riprese, sbucava qualcosa in lontananza, sullo sfondo. Dietro i cespugli, dalle foglie di un albero, dai covoni di fieno, da gli angoli degli edifici in legno della fattoria, etc.
Sbucava lentamente e repentinamente scompariva, con lo stesso movimento di ingresso, ma inverso. Dentro e fuori l’inquadratura. Sempre sfuocata. So che c’è qualcosa ma non capisco cosa.

Nella serie di interviste nei recinti degli animali, arriviamo a quello dove ci sono papere,  oche, galline etc.
Qui il protagonista mostra molta più confidenza, sembra quasi contento di essere li. Era gia successo in altri punti, essendo un ritorno a casa dopo molti anni.  Ma qui sembra qualcosa di diverso.
Stessa routine delle altre interviste. Mentre parla si perde con lo sguardo, forse in qualche ricordo particolare, di cui non parla.
Realizzo in quel momento che quello che appariva negli sfondi delle interviste era il collo e la testa di un oca ( !?!?! ). Rivedo nella mia mente le immagini di prima che si mettono a fuoco, come fossi su photoshop. Limpido. Vedo la testa, il collo, il becco giallo.
Lo sguardo dell’ oca, in ogni ripresa che rivedo nella mia mente adesso, segue quello che succede come se comprendesse tutto, ritraendo la testa come se consapevole di poter essere scoperta. Rivedo tutte le immagini in questo modo. Cresce una sorta di disagio nell’aria.
Torno con lo sguardo al recinto delle oche, durante il nostro colloquio. All’improvviso metto a fuoco lo sguardo su un’oca, e questa apre il becco mostrando denti umani ( !?!?!? ).

Da li, in un attimo, in maniera molto concitata, vedo l’oca che aggredisce il protagonista, lo azzanna, staccando gli pezzi di corpo. Vedo chiaramente che gli affonda i denti sui genitali, strappando i jeans. Un bagno di sangue, schizzi sull’inquadratura, sulla videocamera, le altre oche che si allontanano e l’oca-dentata che punta pure me e il cameramen.
Le riprese adesso sono stile Blair Witch Project. Noi che scappiamo, persi nel bosco, l’oca che torna a finire di martoriare il corpo del protagonista. etc.

Alla fine, in qualche modo ci salviamo. Siamo a riguardare le immagini che “abbiamo riportato a casa” e sbuca un video non visto, di quelli in bianco e nero presi dalla casa.
La sensazione qui è come quella di assistere a quello che può essere l’evento scatenante di tutta la storia.

Si vede il giovane protagonista che fa violenta un’oca. La prende da dietro e in piedi, con i pantaloni calati alle caviglie, ne approfitta ( ?!?!?!?!?!?!?!?! ).
E io sono nella testa di tutti i presenti che assistono alla scena. Ascolto i pensieri di tutti. Sento che sono in cerca di spiegazioni ma escono fuori solo domande.
“E’ la stessa oca che lo ha attaccato? Quella che lo ha attaccato era il figlio antropomorfo?! Era umano? Cosa succedeva in quella fattoria? ” e cosi via. Non ricordo tutte le domande di tutte le persone.

Musica da finale di film che rimane inspiegato e sospeso e …mi sveglio di colpo.
Poi col cazzo son tornato a dormire.

( !?!?!?!??!?!?!?!?!?!?!??! )

E le dico “Ecco, questo era il sogno. Son stato qualche giorno a pensare se raccontartelo o meno, pareva troppo assurdo pure a me. E di sogni assurdi, credimi, ne ho avuti.
… e lei, lei mi guarda, col bicchiere di vodka vuoto accanto alla mano appoggiata sul bancone, e mi dice …  “ …  … … ”

Vabbè. E’ importante sapere solo che ho fatto quello che lei mi ha detto.

Sinceramente  … non so se io sarei tornato a dormire con me quella notte 😐

Porca l'Oca

Porca l’Oca

 

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